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(La vita alla frontiera) FRONTERA SUR

Testo estratto dall’articolo “La vita alla frontiera” dello Spazio per la Disobbedienza alle Frontiere, incluso nel libro FRONTERA SUR (Frontiera Sud), Edizioni Virus, 2008

(…) Cominciamo questo capitolo con la constatazione di una dura banalità: la frontiera non è una linea che divide gli stati e segnala i limiti sovrani di ognuno di essi. O per meglio dire, mai è stato solo una linea geografica che delimita un paese, ma soprattutto un principio ordinatore della popolazione. La frontiera oggi è, fondamentalmente, un complesso dispositivo biopolitico che determina chi è cittadino e chi no, a che prezzo, in che condizioni e per quanto tempo. Un dispositivo che dispiega una molteplicità di controlli che fa sì che la propria frontiera sia, più che un luogo, una esperienza vissuta in maniera assolutamente differente a seconda del modo in cui la si tenta attraversare, del motivo per il quale la si vuole attraversare, del fatto se si ha o meno i documenti, e di una infinità di variabili che hanno a che fare con le relazioni di classe, razza, genere, etc. A volte, nella sua porosità (il controllo non può essere totale), la frontiera genera attorno ad essa spazi delineati dalla violenza e la incertezza però anche dalle strategie di fuga e delle reti di attraversamento delle frontiere che la rendono possibile.

Attraverso gli anni, i movimenti sociali anti-frontiere, hanno denunciato la costruzione della Fortezza Europa. Sebbene la capacità di suggestione e mobilitazione della metafora della fortezza è stata innegabilmente positiva, la concezione dell’Europa come un recinto isolato, i cui confini militarizzati aspirano ad essere invalicabili, rimane stretta. Le frontiere dell‘Europa non sono invalicabili, sono un meccanismo di controllo selettivo che permette di attraversarle sotto determinate condizioni. Non tanto un limite impossibile da attraversare ma una forma di produrre cittadini gerarchizzati una serie di artifici biopolitici che scompongono i diritti propri della popolazione in funzione delle necessità del mercato, tanto in quello che si riferisce alla forza lavoro legalmente riconosciuta (attraverso la contrattazione all’origine e le quote), quanto all’economia sommersa (parassitaria di una manodopera senza documenti e, per questo, senza diritti).

L’europa sta tentando di rifondarsi sulla base dell’esclusione e della lotta contro l’”altro” (povero, non-europeo), cercando di contenere l’immigrazione attraverso la militarizzazione delle frontiere, le espulsioni generalizzate, la proliferazione dei CIE dappertutto in unione europea e all’incarcerazione massiva degli stranieri che non possono essere espulsi. In più, completamente militarizzate nello scenario di guerra globale permanente, le frontiere esterne sono via via più lontane del territorio che dicono di difendere. Organizzazioni come Frontex, sistemi come il SIVE, pattuglie di polizia unite di stati europei ed extracomunitari, accordi bilaterali per il controllo della migrazione, piani di aiuto allo sviluppo subordinati alla collaborazione e al controllo di frontiera, controlli biometrici negli aeroporti…le frontiere dell‘Europa si estendono per migliaia di chilometri più in la dei propri confini.

Si moltiplicano inoltre le frontiere nell‘Europa, intendendo quelle interne. Check points di documentazione in luoghi di passaggio e nei trasporti pubblici, utilizzazione delle municipalità con fini di controllo, ispezioni di lavoro che finiscono con espulsioni dal paese…

L’esperienza e la minaccia della frontiera sono presenti in tutte le nostre città quotidianamente. Le persone che riescono a passare la frontiera esterna continuano a viverla all’interno.